Kurdistan: come costruire una seria indipendenza

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo di Crescenzo Garofalo

Un antico adagio recita: piove sempre sul bagnato. Nelle circostanze medio-orientali sarebbe adattissimo in valore opposto. Il 25 Settembre si è tenuto per la prima volta in Iraq il tanto atteso referendum per l’indipendenza di una delle quattro regioni curde,l’unica ad aver ricevuto già in seguito all’occupazione americana un qualche riconoscimento locale nel campo amministrativo e culturale,differenziandosi dai cugini di Iran,Turchia e Siria. Parziali concessioni che hanno avuto l’effetto non di domare le aspirazioni autodeterministiche quanto di acutizzarle. Il culmine lo si è probabilmente raggiunto in tempi recenti,dall’espulsione dalle comunità arabe minoritarie di Kirkuk al divieto di ritorno nei villaggi strappati all’orda dei tagliagole barbarici per le famiglie che avevano seguito la brancaleonica armata irachena durante i ricorrenti ripiegamenti iniziali nella fase iniziale dell’insurrezione sunnita. Scelte implicitamente avvallate dal padrone indiscusso dell’area,l’ambiguo e spregiudicato Massud Barzani,il quale era riuscito a far passare l’estensione irregolare del suo mandato presidenziale con la promessa di guidare la sua gente verso questo giorno.

La risposta internazionale è stata tarda e scontata. Il Presidente turco Erdogan ha sibillato la probabile venuta di un nuovo conflitto in una regione che ancora non ha potuto ancora rimarginare le ferite causate dall’insurrezione jihadista. L’offensiva dell’esercito iracheno verso Hawija,l’ultimo bastione dello Stato Islamico nella fascia interna del paese,ha visto l’affiancamento unicamente delle milizie sciite nazionaliste o filo iraniane,raccolte nell’Hashd al Sha’abi,“Forze di Mobilitazione Popolare”,la cui creazione venne supervisionata tre anni addietro dal Generale iraniano Qasem Soleimani,personaggio dal profilo oscuro e doti strategiche indiscutibili. I Peshmerga,guerriglieri curdi legati al partito dominante del Basur (termine nativo con cui si indica il Kurdistan ad est del Levante),hanno infatti ricevuto l’ordine di non prendere parte al colpo di grazia verso i rimasugli jihadisti abbarbicatisi nelle loro province,e sono stati spostati su incarichi di vigilanza nei seggi elettorali che tappezzano i territori riconquistati. Per comprendere pienamente le ragioni di una simile scelta non si possono ignorare gli attriti riemergenti con il governo centrale,che ha deliberato l’invio di truppe nelle zone contese tra curdi ed arabi sciiti a sud di Erbil,il capoluogo che appare destinato presto a un passaggio di grado. Le conseguenze di tali manovre,forse auspicate e machiavellicamente attese dallo stesso Barzani,si sono volte in una ulteriore cementificazione dell’opinione pubblica chiamata alle urne. Diversi cittadini indecisi o contrari al divorzio non consensuale da Baghdad,hanno dichiarato di aver ribaltato le proprie opinioni resisi conto della lampante ostilità limitrofa.

E,nel frattempo che l’attenzione si concentra nel baricentro dell’Iraq,lassù tra le catene montuose che costellano il confine tra la Terra di Maometto e l’Antica Persia,circolano voci e foto su esercitazioni militari congiunte tra soldati turchi,iracheni ed iraniani in seguito ad un rapido meeting tra i tre omologhi degli affari esteri per discutere su quale livello di repressione vada attuato stavolta per frenare le istanze indipendentiste delle rispettive fazioni,la cui aggregazione porterebbe alfine alla creazione del Grande Kurdistan.

Uno scenario questo quantomeno curioso se si considera il quadro delle alleanze solo di inizio anno. La Turchia era entrata in pesante rotta di collisione con la Repubblica degli Ayatollah per la loro scelta di sostenere l’avverso regime di Damasco,ponendo un duro ostacolo alle mire egemoniche di Erdogan,il quale sicuramente non era già stato visto di buon occhio da chierici quando aveva deciso negli anni precedenti di aiutare Barzani a ridurre il sostegno energetico del suo patronato dall’Iraq del loro vassallo al Maliki,le cui discriminazioni verso la minoranza araba sunnita avevano favorito involontariamente l’ascesa politica dei salafiti,dopo che ci erano apparsi ridimensionati all’alba del ritiro americano.

Adesso persino quell’asse così solido risulta aver subito delle incrinature ed a nulla serve la minaccia recente dell’autocrate turco di chiudere i rubinetti di petrolio e gas all’amico doppiogiochista. Barzani ha un progetto chiaro in mente ed ha fatto capire molto bene di non voler arretrare. E’ occorso quasi un lustro di scontri,dissidi,trucchi e censure politiche,però adesso potrà completare il progetto a cui aveva sempre anelato e incoronarsi Capo del Primo Stato Curdo,almeno a voler soprassedere sull’effimera Repubblica di Mahabad,di cui il padre Mustafa fu Ministro della Difesa e Capo delle Forze Armate e nella cui città omonima lo stesso Massud vide la luce ormai 70 anni fa prima che venisse rovesciata dallo Scià Reza Pahlavi.

In qualche maniera secoli di persecuzioni etniche di molteplici origini,dal nazionalismo socialista all’islamismo imperiale,devono aver instillato una buona dose di pragmatismo nel popolo curdo. Esattamente due giorni prima la data fissata per il referendum,nel vicino Rojava abbiamo visto svolgersi le prime elezioni locali della storia del paese a cui hanno avuto accesso uomini e donne non solo curde,ma di qualsiasi etnia e fede nelle zone che l’YPG e l’YPJ,le milizie curde socialiste affiliate non al PDK iracheno bensì al PKK di “Apo” Ocalan. Lo spazio su cui si è potuta effettuare la votazione è risultato comprendere quasi tutta la striscia settentrionale del paese,ad esclusione di un’enclave in mano ai ribelli sostenuti direttamente dalla Turchia,per un totale di più di 700.000 voti ad un affluenza del 70%. La spiegazione dietro un così vasto coinvolgimento va trovata non solo nella tenacia dimostrata in battaglia,ma anche nella coesione e nelle capacità diplomatiche dei loro rappresentanti,che si sono potuti offrire alle potenze occidentali,Stati Uniti in testa,come affidabili avanguardie nella lotta al terrorismo religioso,ottenendo mezzi e finanziamenti necessari per costituire milizie di arabi,turcomanni,assiri ed altre etnie minoritarie scevre da infiltrazioni fanatiche come era accaduto ai gruppi del disorganizzato “Esercito Libero Siriano”,alcuni dei quali hanno infatti scelto di aderire al progetto confederale delle “Forze Siriane Democratiche” di cui l’YPG e l’YPJ formano l’ossatura.

In entrambi i casi si nota come i curdi si siano fatti strada inserendosi quasi di soppiatto nei giochi di potere di nazioni consolidate che avevano creduto di saper controllare o sfruttare la loro ultra-centenaria sete di rivalsa per i propri fini egemonici. Il corso degli eventi ha invece scelto,in quel vespaio di faide,intese passeggere e voltafaccia repentini,di gratificare l’unico popolo a non aver mai messo da parte i loro principi unitari,neanche quando il resto del mondo appariva silente durante i massacri e le censure culturali dei totalitarismi baathisti e kemalisti.

Resterebbe ben poco da dire,se non che una tale dimostrazione di patriottica perseveranza radicata e non radicale,dovrebbe fungere da esempio per ciascuna di quelle comunità sparpagliate nel nostro caotico globo che rivendicano il legittimo diritto all’autodeterminazione,non calcolando talvolta le responsabilità che tali richieste trasmettano,preferendo cestinarle una volta concluse le campagne pubblicitarie.

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