Angela, meriti la vittoria

Tra il Brennero e la nota località sciistica bavarese di Garmisch vi sono appena novantatré chilometri di strada; un volo da Roma a Berlino dura poco più di due ore; la cucina più apprezzata dai tedeschi è quella italiana, mentre tra le più detestate pietanze del Belpaese si annoverano indiscutibilmente i crauti: Italia e Germania sono vicine, sia storicamente che geograficamente. Eppure la loro distanza politico-culturale non potrebbe essere più ampia. E se c’è una figura che più di tutti impersona questo divario, quella è sicuramente Angela Merkel. Quanto successo credete potrebbe aver avuto nel paese dove le donne di successo devono vestire bene e nel quale hanno sempre governato machi del calibro di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi — che proprio per questa loro peculiarità venivano apprezzati e votati? Eppure i numeri parlano chiaro: gli scemi siamo proprio noi.

La Mutti.

I tedeschi la chiamano così, la mamma. E infatti, proprio come una brava casalinga fa sempre tornare i conti a fine settimana, così fa la cancelliera a fine mandato. E questa volta è stata più brava che mai: la disoccupazione è a quota 5,6%, tra le più basse d’Europa, il Pil è cresciuto dell’1,9% solo lo scorso anno e recenti statistiche dicono che i tedeschi sono contenti della loro condizione di vita come mai prima d’ora.­­ Per dare un’idea del distacco, il tasso di disoccupazione in Italia è più del doppio e la crescita del Pil nel 2016 si è fermata a meno della metà, dopo anni di continua recessione.

Ma non bisogna cadere in inganno: sebbene lo meriterebbero, questi numeri non possono essere letti come la semplice ragione della popolarità di cui gode la leader teutonica. Ciò che in lei più viene apprezzato è infatti lo stile. Calma e pacata, guida la Germania lontana dai soliti slogan acchiappavoti e dalla retorica fine a se stessa tipica della politica politicante. Niente “patto con i tedeschi” o clientelari “ottanta euro per tutti”, insomma. Ella conduce il governo secondo il più rigido metodo scientifico: prima si analizzano i dati, poi si riflette sul da farsi e solo alla fine si agisce.

Martin Schulz, lo sfidante socialdemocratico alla cancelleria, l’ha molto criticata negli ultimi mesi per questo suo singolare approccio alla politica. L’accusa è di Entpolitisierung, ovvero depoliticizzazione della nazione: secondo lui la cancelliera vuole piacere a tutti ed insegue il consenso più di qualunque suo predecessore, a scapito di una chiara ideologia. La maggioranza dei tedeschi ha però ancora bene in mente le turbolente vicende politiche degli ultimi anni e, comprensibilmente, non è d’accordo con lui. Quando, nell’agosto 2015, la Merkel si trovò a fronteggiare il drammatico arrivo di quasi un milione di migranti al confine austro-tedesco, sebbene tutti i sondaggi mostrassero un’evidente paura ed un’egoistica chiusura da parte della popolazione, ella spiazzò tutto e tutti dichiarando non solo che il paese ce l’avrebbe fatta ad accogliere così tanta gente, ma anche che era dovere etico e morale della Germania aiutare chi fuggiva dalla guerra. La sua Union crollò nei sondaggi, i populisti dell’Alternative für Deutschland salirono alla ribalta ed il paese sembrò rivivere una crisi sociale di cui non si aveva memoria dai tempi della riunificazione. Ma lei, determinata e sicura della via intrapresa, non cedette agli attacchi, anche dei suoi più vicini collaboratori. A due anni di distanza la situazione si è regolarizzata e la lungimiranza della cancelliera è venuta alla luce ancora una volta: l’accoglienza dei rifugiati ha infatti contribuito sensibilmente all’ottima crescita economica del paese e si iniziano fin da ora a vedere i positivi effetti della “politica delle porte aperte” anche sulla questione demografica.

Il falco.

Contrariamente alla situazione in patria, la Merkel non ha mai goduto all’estero di particolare ammirazione: tutti ricorderanno, ad esempio, gli abominevoli manifesti che la ritraevano con i baffi di Hitler in ogni angolo di Atene. Eppure, anche in questo caso, la cancelliera costituisce un vero e proprio unicum europeo, se non mondiale, di cui dovremmo andare fieri.

Oggi come oggi, infatti, da est ad ovest governano leader molto diversi tra loro, ma tutti fedeli ad un unico dogma comune: l’attacco più o meno palese alle varie forme di libertà. Dalla Russia di Putin agli Stati Uniti di Trump, dalla Turchia di Erdogan alla Cina di Xi Jinping, ogni potenza mondiale extraeuropea è in preda alle più spaventevoli derive estremiste. Se si sposta poi lo sguardo sul nostro piccolo continente, le cose non vanno molto meglio: nel Regno Unito tutto sta accadendo tranne la salvaguardia di quei fondamentali diritti che la permanenza nell’Unione Europea avrebbe garantito; la Francia e l’Italia, sebbene ancora in piedi e saldamente europeiste ai piani alti, covano preoccupanti sentimenti di diniego ed insofferenza; come se non bastasse, tutti i paesi “dall’altra parte della cortina” cedono, volente o nolente, alla retorica russa, distanziandosi sempre più da quei valori che la politica europea ha portato avanti da decenni a questa parte. La Merkel, al contrario, non ha mai smesso di ribadire pubblicamente i valori delle nostre democrazie, di criticare aspramente chi li calpestava e di combattere, soprattutto a Berlino, chi cercava di aizzare la folla contro di essi. Da Lisbona a Mosca, vi sono tanti altri leader così tenaci nella difesa di un progetto comune europeo democratico e liberale?

Come ogni politico che si rispetti, però, le sue scelte non sono sempre state immuni a critiche o controversie: ne costituisce un esempio sensibile la gestione della crisi dell’euro. Viene accusata di aver ridotto alla fame intere popolazioni e di aver sottratto sovranità nazionale ai paesi in difficoltà. Le opinioni a riguardo sono tante e molto differenti l’una dall’altra; è però certo che nessuno più di lei si è prodigato per il mantenimento di un precario equilibrio continentale, sia che si trattasse dei conti pubblici greci che del rifiuto da parte di paesi come la Polonia o l’Ungheria all’accoglienza. Merkel ritiene infatti che solo con il rispetto delle regole comunemente concordate l’Unione possa rimanere unita e pacifica: come darle torto?

“Zum Glück tritt sie wieder an”.

Per fortuna si candida nuovamente, così sostengono più della metà dei tedeschi quando gli viene chiesto chi tra i due sfidanti per la cancelleria preferiscano. Alle nostre latitudini, il tutto può sembrare alquanto esotico: da quando la Merkel guida il paese, infatti, in Italia si sono succeduti sei presidenti del consiglio, tra l’altro a capo di alcuni dei più duraturi governi della nostra malandata repubblica. Eppure l’apprezzamento per il suo lavoro è ancora alle stelle: circa due terzi dei tedeschi approvano il suo operato. E dopo mesi di lotta alla pari con l’SPD di Schulz, la sua CDU domina nuovamente i sondaggi con più di quindici punti di distacco sull’avversario.

Nel suo programma appaiono concetti ameni a buona parte del panorama politico europeo, primo fra tutti la piena occupazione, ma anche l’aumento della spesa per la ricerca ed un chiaro no all’Obergrenze, il tetto massimo al numero di rifugiati da accogliere che tanto vorrebbero anche alcuni suoi compagni di partito, nonché molti membri di spicco del partito socialdemocratico. «L’Unione della Merkel ha sottovalutato la sfida che ci si è posta d’innanzi, e noi socialdemocratici abbiamo sempre detto che è impensabile accogliere ogni anno un milione di migranti»: così tuonava Sigmar Gabriel, vicecancelliere e ministro degli esteri dell’SPD in piena crisi dei rifugiati non meno di un anno fa.

Che dire? Angela Merkel merita, ancora una volta, tutta la considerazione solitamente dispensata ad una vera e propria statista di calibro europeo ed è molto probabile che i tedeschi la sceglieranno di nuovo come loro guida. Sicuramente una sana alternanza democratica porta benefici ad ogni democrazia che si rispetti; ma quando le cose vanno bene, perché cambiare passo?

Giulio Tommasini

Diciannovenne. Frequento il primo anno della facoltà di Fisica dell'Università di Bologna. Scout con una grande passione per la chitarra e la politica.

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