Je suis juif

Durante la giornata della memoria si sentono spesso le formule retoriche (e per questo antipatiche) del “potrebbe succedere ancora”, del “non è stato tanto tempo fa”. Si potrebbe replicare altrettanto banalmente che persecuzioni orribili accadono anche oggi, adesso e di tutti i tipi: etniche, religiose, politiche, sessuali… Accadono in Paesi con cui interagiamo. Ma se invece vogliamo farne un discorso di coscienza occidentale e soprattutto europea oggi, se vogliamo farne una questione di ebrei, bene, accomodiamoci.

Restiamo su internet, e senza limitarci ai soliti siti di 4 gatti negazionisti sociopatici. Ovunque il virus complottista, che infetta la ragione e spinge a delirare su pochi manovratori che decidono tutto. Quante volte questi fantomatici burattinai sono ebrei? Quante volte il complotto è “giudaico-massonico”? Il raggiro è filo-sionista, la finanza è ebraica: gli ebrei governano il mondo.

Scendiamo per strada. Chi vive a Milano non immagina quanti manifesti si trovino a Roma, dell’estema destra e dell’estrema sinistra, così simili fra loro, così ripetitivi (la famosa banalità del male), ridondanti di retoriche sulla crisi che sono le stesse degli anni ’30: le banche, la sovranità, gli usurai… Segnalati (e fotografati) su Facebook, stavolta a Milano, ho intravisto perfino manifesti di un nuovo micro-partito nazionalsocialista che utilizzava gli stessi temi hitleriani tradotti nell’attualità. Anche se, come per i siti negazionisti, questi ultimi ci fanno almeno la cortesia di essere espliciti.

Guardiamo alle più alte istituzioni internazionali. All’Unesco che si è fatta megafono delle isterie dei Paesi antisemiti (il loro antisionismo ne è una conseguenza: come fate a non capirlo?) e ha negato persino l’ebraicità del Muro del pianto. Le stesse Nazioni Unite che nel 2016 hanno mosso 20 risoluzioni contro Israele a fronte di: 1 Siria, 1 Iran, 1 Nord Corea, 1 Russia. Cifre obiettivamente assurde, qualsiasi opinione si possa avere sullo Stato di Israele e le sue politiche.

Sembra insomma che gli ebrei siano uno scandalo ancora vivo. Un’eccezione che nel corso dei millenni è diventata il paradigma dell’uomo bis, del diverso, addirittura del non umano. L’ebreo, il giudeo, il deicida, l’usuraio, il deus ex machina, l’occupante usurpatore; una maschera entrata nella cultura collettiva come lo Shylock di Shakespeare. Un archetipo che appartiene all’umanità perché è stato interiorizzato individualmente. Come scrisse Borges nel suo sublime Deutches Requiem, impersonando l’immaginario carnefice nazista Otto Dietrich mentre, già condannato da Norimberga, rifletteva sulle torture inflitte all’ebreo David Jerusalem: “Ignoro se Jerusalem abbia compreso che se lo distruggevo era per distruggere la mia pietà. Ai miei occhi, egli non era un uomo, e neppure un ebreo; si era trasformato nel simbolo di una detestata zona della mia anima”.

La volontà di estinguere gli ebrei è stata ovunque nella nostra storia, eppure non di meno lo è stata la loro (r)esistenza. Il nuovo Dio di Gesù e il cristianesimo perseguitato dai Romani perché culturalmente ebraico e non latino, la filosofia di Spinoza, la rivoluzione scritta di Marx e la morte di Trotzky, la nuova fisica di Einstein e la nuova scienza di Popper, la psicanalisi di Freud, la musica di Mahler e di Mendelssohn, la letteratura di Kafka e Proust, il cinema di Kubrick e Spielberg, l’umorismo di Woody Allen e dei fratelli Marx, l’America di Kissinger e Milton Friedman, quell’Israele che per La Malfa era già il nostro Occidente, il nostro Facebook che però è di Zuckerberg…

Solo alcuni grandi personaggi di un popolo piccolo ma così straordinario che ha raggiunto vette in ogni campo. Loro erano, sono, ebrei, sempre hanno vissuto la loro appartenenza, spesso hanno dovuto scontarla: eppure sono diventati noi stessi. Hanno creato molto di ciò che utilizziamo, pensato molto di ciò che capiamo, vissuto molto di ciò che siamo.

Pensare di annientarli come ha provato a fare un pazzo decenni fa era in realtà un folle progetto autodistruttivo. Ridurli a malvagi burattinai della società, separarli dal mondo della realtà per ghettizzarli nell’allucinazione dei complotti, dell’eterna caccia alle streghe della dietrologia, come in troppi fanno oggi, vuol dire rinnegare ciò che siamo. Ebrei fra noi, non sopra di noi a dominarci, non sotto di noi per sfogare il nostro sadismo.

Ecco perché soprattutto oggi, da occidentali, ognuno di noi potrà dire, con la certezza che non si tratta di una formula retorica: “je suis juif”.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    Bell’articolo. Un tema su cui ho già formulato commenti in passato, ma giova ripeterli. Gli EBREI sono una ECCEZIONE che conferma una regola dell’essere UMANI.
    Essere umani implica l’appartenenza ad una gruppo, ad una TRIBU’, piccola o estesa che sia. La tribù ebraica ha la colpa storica di essere rimasta tale, per un motivo religioso, mai etnico, al di la della diaspora, mostrando di saper esprimere alcune tra le migliori menti dell’Umanità. Questo, che pare un merito, per il resto dell’umanità non lo è.
    Perchè i migliori non sono mai amati, ma soltanto invidiati, malcelando un sentimento di ostilità repressa, perchè noi non siamo o non sappiamo essere come loro.
    Questa distinzione di qualità di quel popolo (ma davvero lo è ?) lo marchia per sempre, e poco importa se sia reale o immaginaria: l’immaginario è spesso più reale del reale.
    La religione di un “popolo” numericamente poco rilevante sul pianeta ha creato nel corso dei secoli un senso di identità spiccata, che confina in un ghetto, con vantaggi e svantaggi, perchè il ghetto implica anche sostegno reciproco, aiuto, solidarietà, tutti elementi che aiutano il progresso individuale.
    Quindi non deve poi meravigliare che emergano figure di spicco, perchè sono state anche aiutate ad emergere da chi apparteneva alla medesima comunità.
    Pensiamo al mai sopito sentimento anti-tedesco degli italiani : sappiamo bene che sono “migliori di noi”, almeno sul terreno dei risultati, e questo non ce li fa amare, perchè siamo incapaci di imitarli, di superarli. Il saper lavorare insieme del popolo tedesco, per un risultato collettivo, lo condanna ad un sentimento di ostilità diffuso.
    Cosa dire dell’Islam, nei confronti dell’Occidente evoluto, che mette in drammatica evidenza l’insufficienza di quel mondo: l’ostilità malcelata sfocia esplicitamente in odio, aggressione, lotta armata, anche al suo interno.
    Si, perchè una comunità forte è anche unita, una comunità debole è divisa e conflittuale, al suo interno e verso l’esterno.

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