La nuova amministrazione USA, la Cina e la Russia

L’interpretazione della situazione internazionale che ha dominato all’interno della cosiddetta Beltway di Washington durante le presidenze Clinton, Bush e Obama nonostante le obiezioni di alcuni importantissimi teorici di relazioni internazionali, e l’evoluzione effettiva che durante gli anni l’ha messa in discussione, era quella di un mondo unipolare, dove la potenza degli USA fosse tale da permetterli di riformare il mondo secondo i loro valori, fondando per la prima volta nella storia umana un’egemonia mondiale. In questo quadro interpretativo l’atteggiamento tenuto verso le due maggiori grandi potenze non occidentali, la Cina e la Russia, è stato basato sulla nozione di economic engagement, cioè di avvicinamento e collaborazione economici che, si pensava, avrebbe col passare del tempo allineato le due società a quelle occidentali, integrandole completamente nel sistema politico ed economico governato primariamente dagli USA, e secondariamente dall’Europa occidentale e il Giappone.

Le posizioni di Donald Trump contrastano la suddetta interpretazione e visione, preannunciando un imminente e profondo cambiamento di prospettiva nella grande strategia americana e l’adozione di un atteggiamento più classico e realista. Nel preciso il presidente americano eletto ha fatto chiaro di rigettare la costruzione di un ordine liberal-democratico mondiale come obiettivo di politica estera, e di considerare la Cina un rivale, che deve essere affrontato tanto a livello economico quanto a livello strategico. Nei progetti di Trump c’è la volontà di astenersi da interventi democratizzanti simili a quelli in Iraq, Afghanistan e Libia, e il rafforzamento della potenza militare americana. Fra le sue prime azioni dopo l’elezione c’era l’intesa con due dei paesi alleati più preoccupati e minacciati dalla crescente potenza cinese: un incontro con il premier giapponese Abe, e una telefonata col presidente di Taiwan – 37 anni dopo l’ultima volta che un presidente USA aveva parlato direttamente con un leader taiwanese –, seguita da dichiarazioni polemiche verso la Cina.

Quest’ultima fa infatti sempre di più la voce grossa in Asia orientale, intensificando la sua presenza nel Mar cinese meridionale e assumendo comportamenti minacciosi verso Giappone, Corea del Sud, Filippine, Vietnam e altri paesi; e in questi giorni ha reagito alle mosse di Trump sequestrando un drone sottomarino americano. In realtà la Cina rappresenta il paese considerato potenzialmente più pericoloso per la supremazia americana già da diversi anni per ragioni oggettive, cioè per la sua enorme popolazione e la sua crescita economica vertiginosa durante gli ultimi tre decenni. Già dal primo mandato di Barack Obama si guarda con preoccupazione al suo rafforzamento militare, che sembra mirato a respingere il controllo navale americano dall’area, in altre parole a imporvi l’egemonia cinese. Esistono, dunque, già dei piani volti a respingere tentativi di questo tipo.

La differenza è che la politica di Obama e Clinton non poteva che rimanere fedele al liberoscambismo incondizionato imposto da quella che viene ammessa come ortodossia della scuola economica neoclassica, mentre un imprenditore miliardario come Trump per fortuna non ha dipendenze varie, e inoltre affronta comunque le questioni con spirito pragmatico e non ideologico. Non esita dunque ad accettare che il rafforzamento ulteriore della potenza militare e politica della Cina dipende dalla sua crescita economica, che a sua volta si basa sulle pratiche di concorrenza sleale del regime cinese e sul dislocamento massiccio di industrie americane verso la Cina. Una volta riformata la politica commerciale non solo gli USA potrebbero ritrovare la loro base industriale, ma potrà anche essere arrestata la crescita economica cinese, e dunque sarà seriamente diminuita la capacità del paese asiatico di potenziare le sue forze militari. La nomina di Peter Navarro, cioè dell’economista e autore più polemico contro il libero scambio con la Cina, come consulente da parte di Trump, è indicativo delle intenzioni drastiche del presidente eletto.

La crescita economica cinese non è solo il presupposto necessario per lo sviluppo delle capacità militari del dragone asiatico, ma è anche fondamentale per l’espansionismo russo, il quale non ha nessuna possibilità di svilupparsi ai danni dell’Occidente a lungo termine, senza la collaborazione stretta con una florida Cina. Infatti la Russia, economicamente debole e demograficamente declinante, da sola potrebbe rappresentare una minaccia per l’Europa solo a breve termine, a causa della sua superiorità militare ereditata in gran parte dall’Urss e dovuta anche alla demilitarizzazione dell’Europa durante gli ultimi anni. Per il resto il solo Pil italiano è quasi 1,5 volta maggiore di quello russo, mentre il Pil complessivo di Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia è simile a quello cinese e più di 8 volte maggiore di quello della Russia (più di 14 volte ne è invece maggiore quello statunitense). Nello stesso momento la popolazione dei quattro grandi d’Europa è quasi doppia di quella russa, e naturalmente il distacco diventa sensibilmente più ampio se si tiene conto del Pil e della popolazione dell’intera UE. Tenendo inoltre conto del fatto che il regime di Putin si è provato ancora più incapace del vecchio sistema comunista di favorire la crescita produttiva della Russia, è certo che con un rialzamento della spesa militare dei paesi europei, probabilmente poi solo fino a incontrare il livello del 2% del Pil che essi sarebbero tenuti a rispettare come membri della NATO – come giustamente ricorda Trump –, la capacità militare europea potrebbe diventare tale da escludere ogni pericolo russo, senza neanche bisogno di un intervento attivo degli USA.

L’ovvia ragione per un accordo con la Russia da parte USA è la liberazione di forze utili per il contenimento della Cina, o anche la collaborazione con i russi a questo scopo, e a quello di abbattere l’integralismo islamico. D’altra parte un approccio del genere, diversamente da quanto molti sostengono o temono, penso che probabilmente consista nel modo migliore per affrontare la questione russa, per le seguenti ragioni: la logica delle attuali sanzioni economiche contro la Russia e della precedente espansione della NATO e dell’UE a paesi che appartenevano all’ex Urss, rientrava nella grande strategia che considerava probabile la costruzione di un ordine liberal-democratico stabile, di cui la stessa Russia entrerebbe infine a farne parte. La Russia veniva considerata non come un rivale ma sostanzialmente come un potenziale partner o come un suddito non perfettamente disciplinato. Quest’atteggiamento era forse dispregiativo ma in pratica ha favorito lo sviluppo dell’influenza russa, lasciando indefiniti i limiti di azione o, se si preferisce, le sfere di influenza nel mondo post-Guerra fredda, offrendo allo stesso tempo argomenti e giustificazioni politici e propagandistici al regime antidemocratico russo e ai suoi sostenitori. Al contrario, un accordo nella logica della classica politica di potenza, che a livello morale consisterebbe in un approccio rispettoso o anche accomodante, in pratica creerebbe una situazione molto più rigida e severa, con limiti di azione ridotti per il Cremlino. Il fatto poi che quest’ultimo ha tifato per Trump, e possibilmente ha perfino cercato di influenzare l’opinione pubblica americana a suo favore, direi che può significare alternativamente due cose: o che il regime russo aspira, almeno per ora, solo a riconquistare uno status di grande potenza formalmente paritaria agli USA senza avere ulteriori ambizioni, o che esso sia decisamente meno intelligente e scaltro di quanto alcuni di noi temevamo.

Per il crudele ma denutrito imperialismo russo la politica americana precedente era molto più favorevole, perché essa non concentrava l’impegno e l’attenzione americani su obiettivi precisi ma disperdeva forze e energie perseguitando scopi massimalisti su diversi teatri, coccolava l’Europa favorendo l’irresponsabilità e le illusioni pacifiste degli europei, e soprattutto promuoveva il potenziamento critico della Cina. Al contrario la politica di Trump, come appare finora, potrebbe spingere l’Europa a riarmarsi e ad assumere un ruolo internazionale più attivo e responsabile, si impegnerà a contenere la Cina, mettendo come suo obiettivo primario il risveglio della base industriale americana, e cercherà di sistemare i rapporti con la Russia, impedendo la formazione di una coalizione antioccidentale compatta e togliendo la giustificazione dei facili argomenti antiamericani e antioccidentali.

Per concludere, credo che le idee espresse finora da Donald Trump sulla politica estera ricordino la vincente “diplomazia triangolare” di Henry Kissinger – che poi è stato il primo esperto di politica internazionale consultato dal presidente americano eletto.

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l'Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

A proposito dell'autore

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l'Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

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