Dietro la Brexit c’è la rivincita scozzese

Il temuto tracollo finanziario delle borse mondiali all’indomani del referendum britannico non inganni: non sarà, con ogni probabilità, l‘Europa la più colpita da questa scellerata scelta. Gli economisti vanno di moda, si sa. Se in meno di ventiquattro ore si sono sprecati fiumi d’inchiostro nello spiegare le conseguenze macroeconomiche e monetarie di questo voto in pochi hanno cercato di analizzare lo status quo da un punto di vista prettamente politico, oseremmo dire storicistico. Proviamoci dunque.

Il dato sulla distribuzione demografica del voto, su cui molti analisti si sono soffermati, era piuttosto scontato. I giovani britannici, i primi veri figli della globalizzazione mondiale, non avrebbero mai potuto votare contro la loro Europa. Una Europa sensibilmente diversa dalla nostra, meno opprimente, più lontana, più permissiva e liberale in termini di concessioni economiche. Insomma, una Europa migliore di quella che oggi può scorgere un giovane francese o un giovane italiano.

Ma la vera – mezza – sorpresa è il dato territoriale, preoccupante in tutta la sua forbice. La Scozia, dopo le elezioni generali e locali che avevano decretato un trionfo degli indipendentisti dello Scottish National Party, è sempre più europea, più fedifraga e più lontana dalla sorellastra Inghilterra. E più che i numeri in sé bisogna capire il significato che sta dietro a queste percentuali. Solo due anni fa gli scozzesi hanno deciso, più per paura che per l’intima convinzione, di rimanere nel Regno Unito. Il tutto mentre l’Europa minacciava l’isolamento e Cameron prometteva, a destra e a manca, più indipendenza, più soldi, più potere decisionale. Gli scozzesi sono stati di parola, gli inglesi no. E ora?

Ora la Scozia che sognava di rimanere in Europa, al riparo dalle ritorsioni di Londra, se ne ritrova fuori, conscia che di ciò che aveva promesso Cameron non otterrà nulla. E la strada di un nuovo referendum sull’onda della rabbia del tradimento inglese e dopo gli annunci della First Minister Nicola Sturgeon, è cronaca di oggi. Se, ed è molto probabile, si dovesse arrivare a questa resa dei conti gli scozzesi si riprenderebbero una serie di rivincite storiche alle quali, da amanti della storia, ognuno di noi sogna di assistere.

Forse non tutti ricordano che l’indipendenza scozzese finì de iure nel 1707 con l’Atto di Unione ma che, de facto, ebbe luogo più di cent’anni prima, nel 1603, quando il re scozzese Giacomo VI Stuart, alla morte della zia Elisabetta, divenne anche re d’Inghilterra. E si trasferì armi e bagagli a Londra, lasciando Edimburgo ad un abbandono secolare che provocò, per secoli, una rivalità accesa e mai sopita. All’indomani dell’ascesa al trono di Elisabetta II vi fu una accesa protesta perché, secondo gli scozzesi, la Regina avrebbe dovuto firmarsi come “Elisabetta I”. Poiché, sempre secondo gli scozzesi, non era mai esistita una Elisabetta “prima”, non c’era motivo per riconoscere la sovrana come una “seconda” Elisabetta. Per questo, i loghi reali sulle cassette postali, vennero addirittura rimossi da alcuni sabotatori. Un episodio che la dice lunga su come, nonostante i secoli passati, alla piccola Scozia, legata storicamente a doppio filo con la Francia, non fosse mai andato giù quel tradimento. E se la Scozia deciderà di tagliare il cordone con Londra, l’Inghilterra tornerà ai confini di quel 1603 (ma senza colonie).

Rimane da capire, come, in poco più di 10 anni, l’Inghilterra sia passata dall’eleggere un primo ministro d’origine scozzese favorevole (almeno sulla carta) all’entrata nell’euro al decretare l’uscita dall’Unione Europea. E non basta rievocare, in modo errato, lo spirito combattivo della fu baronessa Thatcher, la quale, prima di quel “rivoglio i miei soldi indietro” fu protagonista, negli anni ’70, di una accesa campagna a favore dell’entrata del Regno Unito nella CEE.

E probabilmente nessun analista capirà, perché, la nazione che dette lacrime e sangue per il mantenimento della pace in Europa e nel mondo, ha invece lanciato questo siluro alla stabilità e alla cooperazione tra i popoli europei. Di certo sappiamo che le conseguenze saranno più amare di quanto i vecchi inglesi avrebbero potuto immaginare. E non tarderanno ad arrivare: è la chance che la Scozia attendeva da secoli.

A noi l’onore di assistere ad un pezzo di storia. Di storia vera.

 

Simone Santucci

Osservatore del genere umano, thatcheriano ortodosso, liberale molto law e poco order, romano, classe 1987.
Attualmente Capo della Segreteria della Fondazione Luigi Einaudi e addetto stampa dell’Unione delle Camere Penali Italiane.
In passato è stato membro del Gabinetto del Ministro dello Sviluppo Economico, Portavoce del Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico e Portavoce del Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti.
Appassionato di storia del diritto medievale e moderno, ha scritto due testi universitari: “Momenti di storia del diritto” e “Profili storici e sistematici della messa in stato d’accusa”.

A proposito dell'autore

Osservatore del genere umano, thatcheriano ortodosso, liberale molto law e poco order, romano, classe 1987.
Attualmente Capo della Segreteria della Fondazione Luigi Einaudi e addetto stampa dell’Unione delle Camere Penali Italiane.
In passato è stato membro del Gabinetto del Ministro dello Sviluppo Economico, Portavoce del Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico e Portavoce del Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti.
Appassionato di storia del diritto medievale e moderno, ha scritto due testi universitari: “Momenti di storia del diritto” e “Profili storici e sistematici della messa in stato d’accusa”.

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