Brexit: che alternative all’Unione Europea? Norvegia? Svizzera? Membership WTO?

Nel corso di queste ultime settimane, come di consueto, molti politici, giornalisti, politicanti e appassionati di “current affairs” italiani hanno espresso la loro opinione sulla cosiddetta “Brexit”. Oltre ai soliti noti, in molti si sono espressi a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Motivazione principale di tale pensiero: “L’Europa è troppo oligarchica, troppo burocratica e anti-democratica”.

Per questo motivo, da attuale rappresentante dei Liberal Democrats a Glasgow e candidato alle ultime elezioni scozzesi (tenutesi a maggio), mi piacerebbe cercare di chiarire alcune questioni riguardo il voto che si terrà giovedì.

Nel caso in cui il Regno Unito dovesse votare contro la permanenza nell’Unione Europea, un tale volo sarebbe – indirettamente – anche un voto contro il mercato unico europeo. Una volta votato per uscire dall’Unione Europea, la permanenza del Regno Unito nel singolo mercato dipenderebbe dal tipo di accordo che sarà raggiunto al termine delle negoziazioni con gli altri 27 Stati Membri.

Se giovedì 23 Giugno i britannici dovessero votare in maggioranza a favore della “Leave Campaign”, le negoziazioni inizieranno non appena il Governo Britannico farà richiesta di appellarsi all’Articolo 50 del Trattato di Lisbona (trattato entrato in vigore il 1° Gennaio 2009). Tale articolo permette a qualsiasi paese Membro UE di rinegoziare i termini della propria adesione al progetto di integrazione europea. Come viene spiegato dall’Articolo 50, (ipotizzando l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea) tutti i trattati di appartenenza all’Unione Europea non saranno più recepiti da Westminster a partire dalla data dell’accordo oppure – in mancanza di un accordo formale – da due anni dopo la decisione del Regno Unito di “abbandonare la nave”.

A questo punto è però giusto ricordare ai lettori come le negoziazioni tra il Consiglio Europeo (formato dai 28 capi di stato, dal suo Presidente e dal Presidente della Commissione Europea – gli ultimi due dei quali senza diritti di voto) e il Regno Unito, potrebbero essere estese oltre i due anni previsti dal trattato, durando molto a lungo, danneggiando in maniera decisiva l’economia britannica.

Stando a quanto è stato riportato due mesi fa dal governo britannico in un lungo studio di circa 200 pagine, il Regno Unito potrebbe decidere di abbandonare il mercato unico europeo nel caso in cui le negoziazioni tra UK e Consiglio Europeo portassero a un accordo in stile Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Delle tre opzioni avanzate dal governo britannico, questa è (come riportato anche da molte analisi indipendenti) – sulla carta – l’alternativa meno attraente, in quanto obbligherebbe il Regno Unito a dover rispettare le tariffe imposte dall’Unione Europea sull’import. Se da un lato questo tipo di accordo garantirebbe al Regno Unito di non partecipare al Budget comune europeo, dall’altro imporrebbe costi molto elevati per le industrie esportatrici britanniche che – per esportare nell’UE – dovrebbero continuare ad attenersi alla legislazione UE in termini di standard minimi, di ambiente e di sicurezza. Oltre a questo, il Regno Unito sarebbe “de facto” fuori dall’Unione doganale europea (il mercato unico è infatti il terzo stadio di integrazione economica e non è paragonabile ad un semplice accordo di libero scambio) e sarebbe escluso da tutti i trattati commerciali stipulati dall’Unione Europea con il resto del mondo.

Le altre due potenziali alternative evidenziate dallo studio del governo sono:

  • Membership EEA (Spazio economico europeo) in stile Norvegia;
  • Accordi bilaterali come quelli stipulati – ad esempio – dalla Svizzera.

Arriviamo subito al sodo: entrambe le opzioni risultano essere poco attraenti. Per evitare troppi tecnicismi (Il Centro per le Riforme Europee – un think-tank – riporta addirittura 7 possibili alternative all’attuale Membership UE, tutte meno attraenti dello status di Paese Membro dell’Unione) riportiamo quanto basta per rendersi conto della scarsa convenienza di tali accordi).

Al di là delle sterili proposte avanzate da Nigel Farage, Boris Johnson & Co. (i quali in 4 mesi di campagna elettorale non hanno saputo spiegare all’elettorato che tipo di accordo preferirebbero raggiungere con il Consiglio Europeo in caso di Brexit), un accordo “alla Norvegese” o “alla Svizzera”, sarebbe un totale controsenso. Sia la Norvegia che la Svizzera, infatti, pur non essendo parte dell’Unione Europea, contribuiscono in modo sostanziale al budget comune europeo (in termini pro-capite, la Norvegia – ad esempio – spende circa l’80%-90% di quanto paga attualmente il Regno Unito), devono rispettare tutte le regolamentazioni del mercato unico interno europeo, i loro export sono soggetti a severi controlli (con costi che nel caso del Regno Unito potrebbero valere circa l’1% del PIL), devono sottostare alle direttive del Trattato di Lisbona per quanto concerne la libera circolazione delle persone e fanno attualmente parte di Schengen (mentre il Regno Unito al momento non è un membro dell’Area Schengen).

La Svizzera, inoltre, nel corso degli anni ha dovuto stipulare oltre 120 accordi bilaterali con l’Unione Europea e nessun accordo è stato raggiunto per quanto concerne il suo settore finanziario (ecco perché molte banche svizzere hanno trasferito molte loro operazioni in quel di Londra, principale centro finanziario dell’Unione Europea).

Il tutto (alti contributi al budget comune, stesse regole, stesse direttive) senza avere nessuna voce all’interno delle istituzioni europee.

Visto che la “Leave campaign” non ha saputo ripondere alla seguente domanda, la provo a porgere anche a voi: Che senso avrebbe decidere di abbandonare l’Unione Europea, per poi “de facto” rientrarci con un accordo in stile Norvegia o in stile Svizzera, continuando a pagare tanti soldi per il budget comune, a sottostare alle stesse regole, ad adottare le stesse direttive in termini di immigrazione e smettendo di avere una forte voce all’interno delle istituzioni Europee (seppur ancora imperfette, lontanissime dall’essere anti-democratiche)?

P.s: in questo articolo abbiamo evitato di parlare degli scenari politici post-Brexit che potrebbero portare sia alle dimissioni di David Cameron (impegnato in prima linea nella campagna referendaria per rimanere nell’Unione Europea) che a un secondo referendum per l’indipendenza scozzese.

Giovanni Caccavello

Studente laureatosi in Economia ed International Business presso la University of Strathclyde, Glasgow, Regno Unito nel Luglio 2015 che attualmente svolge un corso post-laurea in Economia dello Sviluppo presso la University of Glasgow.
Vive nel Regno Unito da oltre 5 anni, attivista del Partito Liberal-Democratico Britannico e dell’ALDE e candidato alle ultime elezioni Parlamentari Scozzesi.
Nel corso della sua breve carriera extra-universitaria nel 2012, ha svolto uno stage a Shanghai presso un’azienda cinese che collabora con business europei nel mercato dell’Import-Export; nel 2013 ha collaborato con il governo italiano per il G8 giovanile tenutosi a Londra, nel 2014 ha svolto una Summer School e ricerche presso la London School of Economics, è un membro del gruppo “European Students for Liberty”, ha svolto uno stage estivo presso l’Istituto Bruno Leoni.

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