I recenti eventi, che hanno portato alle dimissioni dell’ex Ministro Guidi, impongono una riflessione sull’attività di condizionamento posta in essere dai comitati d’affari nei confronti della politica. I suddetti comitati sono portatori di interessi particolari non sempre confliggenti con l’interesse generale. Sono comunemente conosciuti come lobby, quasi sempre demonizzate, e sono avvolte da un manto opaco che impedisce all’opinione pubblica di conoscerne i referenti che siedono nelle Assemblee legislative o ai banchi del Governo.

“[…] E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua […]”

L’introduzione al capitolo quindici de “Il Principe”, il primo trattato di politica che la storia ricordi, impartisce ai contemporanei e ai posteri un’indimenticabile lezione sul modo in cui è giusto ragionare. Non mi si fraintenda: è bello e anche utile discorrere in astratto e in teoria. L’importante è, però, discernere la teoria dalla pratica, l’astratto dal concreto. Confondere l’astratto col concreto induce in errore, e molto spesso questo errore porta alla “ruina” di machiavelliana memoria.

Questa breve riflessione ha uno scopo preciso, quello di sgombrare il campo dagli equivoci che spesso si frappongono tra una giusta premessa e la naturale conclusione che ne segue. Prendiamo ad esempio il tema delle lobby. Il mondo degli affari è da sempre legato alla politica, e sembra inevitabile da che mondo è mondo. Questa è la giusta premessa. La naturale conclusione è che le lobby vadano regolamentate per assicurare la trasparenza della loro attività. Ma fra quella premessa e la naturale conclusione che ne segue si interpone la considerazione astratta: “gli interessi economici dei comitati d’affari non devono interferire con la rappresentanza popolare”. Questo è un tipico esempio di ciò che secondo Machiavelli non si deve fare. In effetti, è proprio quella considerazione che ha sempre impedito la regolamentazione delle lobby nel Belpaese. Così ci troviamo nella situazione in cui le lobby esistono, ma siccome si pensa che non dovrebbero esistere (quindi si pensa l’impossibile), non sono regolamentate ed agiscono spesso in maniera opaca quando non illegittima. Separando il migliore dei mondi possibili dal mondo reale, è evidente che una regolamentazione dell’attività di lobbying sia urgente.

Prendiamo ad esempio il recente caso “Tempa rossa”, che ha provocato le dimissioni dell’ex Ministro Guidi. Se la Procura di Potenza non si fosse fatta “sfuggire” quelle intercettazioni, in maniera del tutto illegittima, gli elettori non avrebbero potuto esercitare quel controllo sulla propria classe politica di cui sono responsabili. Dal momento che le lobby esistono, è necessario conoscere i rappresentanti di quegli interessi che siedono in Parlamento, e tanto più se sono al Governo. L’opacità delle pratiche di lobbying, oltre ad essere potenziale incubatrice di attività di condizionamento illecite, genera anche un effetto negativo ulteriore: l’ignoranza. Le cose che non si conoscono si temono, questa è la natura umana. Siccome la retorica dei “poteri forti” viene da sempre utilizzata come un babau, normalmente si è portati a percepire le lobby come la sede di ogni male. Nessuno immagina che, tra le altre, a fare attività di lobbying ci siano anche Legambiente, Greenpeace e Coldiretti (per citarne qualcuna).

La semplice ignoranza circa le dinamiche di lobbying induce in errore l’opinione pubblica: da un lato non sa quando esercitare pressione per evitare l’approvazione di una norma deleteria per tutti tranne che per la lobby che la pretende; dall’altro consente a qualsiasi Governo di discolparsi biasimando l’attività dei “poteri forti”. Pratica per altro molto utilizzata anche dalle opposizioni, seppur in senso contrario: “Governo servo dei poteri forti” e altre baggianate del genere.

Per una volta, quindi, rifiutiamo la doppia morale. Rifiutiamo quel “salvare le apparenze” all’italiana, consistente in quell’attenzione alla forma che conduce al sacrificio della sostanza. Le lobby esistono, sono connaturate alla democrazia, quindi non neghiamo il concreto a favore dell’astratto: scendiamo a patti con la realtà e regolamentiamo. Oppure “ruiniamo”.

Ruggero Pupo

Laurea in giurisprudenza, Master Executive in diritto societario. Appassionato di diritto pubblico e politica.

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