L’holodomor e la nostra coscienza

Holodomor2

Boris Artzybasheff, La Bocca e le Orecchie del Comunismo

Oggi Sabato 28 Novembre si commemora l’holodomor. Possiamo fingere che questa oscura parola, che solo a stento evoca in noi l’immagine di lande remote, non significhi alcunché. Possiamo fingere che lo sterminio di milioni di esseri umani, costretti da un regime sanguinario a perire di fame sugli sconfinati e fertili granai dell’Ucraina, sia un evento tanto distante nello spazio e nel tempo da non riguardarci. Eppure se l’holodomor1 cessasse di essere uno spettro esangue che bussa alla nostra coscienza un solo giorno per poi tornare nell’oblio fino all’anno successivo, se le ossute spoglie dei milioni di esseri umani che tanto atrocemente vi persero la vita fossero finalmente ammesse al cimitero della storia, forse quella tragedia non sarebbe accaduta del tutto invano.

Comprendiamo perfettamente che ai fautori della pianificazione statale rimorda la coscienza il ricordo dell’abominio cui si è giunti per aver voluto considerare gli uomini non fini in sé, secondo l’etica kantiana, bensì semplici ingranaggi di una macchina sociale al servizio dell’ideologia; ma per chiunque abbia a cuore invece gli ideali dell’umanesimo e della libertà individuale continuare a tacere e ignorare sarebbe un atto di colpevole timidezza verso la verità.

Il memoriale dell'holodomor a Kiev

Il memoriale dell’holodomor a Kiev

La verità dunque è che il cieco furore ideologico con cui l’Unione Sovietica volle imporre alla società civile ucraina la transizione dalla piccola proprietà contadina alla collettivizzazione tra il ’30 e il ’33 sfociò in un autentico genocidio che costò la vita ad un numero compreso tra i quattro e i sette milioni di individui. Il fatto che tale massacro avvenisse in più fasi – prima crisi catastrofica della produzione; poi repressione su larga scala e deportazione di massa; in fine sterminio perpetrato deliberatamente tramite la requisizione degli alimenti – non prova affatto che la strage, nelle sue immani proporzioni, sfuggisse alla volontà politica del governo di Mosca, bensì, al contrario, che essa conseguì deterministicamente dalla violenza ideologica connaturata al regime. In questo senso chiedersi fino a che punto la carneficina sia stata pianificata scientificamente e invece fino a che punto essa sia sopraggiunta a causa di inefficienze ed incapacità è filosoficamente sbagliato. Infatti il dogmatismo stato-centrico con cui le autorità sovietiche pretesero, fallendo completamente gli obiettivi di produzione, di ristrutturare in senso collettivista l’agricultura ucraina è lo stesso atteggiamento intellettuale che successivamente ispirò alla nomenklatura l’insensata repressione di una popolazione inerme e colpevole solo di essere stremata dalla carestia al punto da non essere più in grado di collaborare.

In effetti lo scoramento di intere folle di uomini affamati, che era solo l’effetto della tragica malaeconomia del governo, fu scambiato per “sabotaggio” e quindi causa del fallimento del governo stesso – con annesse incarcerazioni sommarie e deportazioni di massa – proprio perché visto attraverso le lenti distorte di un’ideologia che nega qualunque valore all’esperienza del singolo di fronte agli assunti dottrinali del potere politico. Occorre comprendere insomma che l’assoggettamento della volontà individuale ad un preteso io collettivo, che è l’essenza del pensiero totalitario, porta inevitabilmente, lungo il piano inclinato della progressiva rimozione di ogni realtà sociale “deviante” rispetto al credo di stato, all’eliminazione fisica di quegli strati della popolazione che fatalmente la pianificazione governativa non riuscirà a plasmare a proprio piacimento. Sarebbe il caso che almeno in questo triste giorno capissero tale banale concetto coloro i quali in Italia ancora, all’alba del ventunesimo secolo, si ostinano a definirsi “comunisti vecchia maniera” o sostengono che il comunismo era una “bella idea”.

Vittime della grande fame in un reportage dell'epoca

Vittime della grande fame in un reportage dell’epoca

Tuttavia possiamo affermare che, se nella dinamica dell’holodomor a un certo momento un salto, non ontologico, ma di qualità ci fu, esso può essere ravvisato nell’odiosa pratica di selezionare specificamente gli ucraini etnici e altre minoranze come obiettivo dello sterminio. Quando il regime di terrore imposto da Stalin nelle campagne divenne intollerabile infatti, la resistenza cominciò a saldarsi con le mai del tutto sopite rivalità nazionali, incontrando da parte delle gerarchie sovietiche, in prevalenza russe, una risposta repressiva che oggi non stenteremmo a chiamare “pulizia etnica”. Le autorità vi usarono una ferocia con rari eguali in tutta la storia dell’umanità: la requisizione del cibo, attuata ormai scientemente e spietatamente, mentre il grano seguitava ad essere esportato, sprofondò la popolazione contadina in una fame talmente disperata da costringerla sovente all’antropofagia e addirittura alla reciproca uccisione. Con la riduzione dell’intera Ucraina ad un gigantesco campo di sterminio, l’holodomor assunse a tutti gli effetti una natura genocida e d’altronde persino le sue dimensioni numeriche così sinistramente simili a quelle della shoah richiamano l’oscura parentela tra l’Unione Sovietica e il Terzo Reich: due stati che, è bene ricordarlo, cominciarono insieme e da alleati la Seconda Guerra Mondiale.

Poichè viviamo in un Europa in cui purtroppo il liberalismo sembra sempre più cedere il passo ai socialismi nazionali, non possiamo non concludere denunciando anche l’infame congiura del silenzio che le connivenze politiche e la disonestà intellettuale dei troppi ammiratori di Stalin e del suo spietato regime crearono e creano tuttora intorno a questa incommensurabile tragedia. A differenza di quanti ancora oggi tentano di rimuovere o minimizzare, forse perché più o meno segretamente attratti dalle ideologie disumanizzanti del ‘900; noi, che amiamo incondizionatamente l’essere umano e la libertà individuale, vorremmo invece che d’ora in avanti questa dolorosa pagina di storia fosse mandata a memoria dall’umanità intera. Perché noi a differenza di costoro, noi, no, noi non ci consideriamo nipoti dei carnefici dell’holodomor.

 

1Il termine “holodomor” in lingua ucraina significa appunto “sterminio indotto mediante la fame”.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

3 Risposte

  1. Igor

    Sì, peccato che i governatori dell’Ucraina che affamarono e privarono del cibo la popolazione ucraina erano ucraini. La stessa Ucraina che da Mosca aveva il permesso di insegnare la propria lingua a scuola ed autonomia locale. Grande mistificazione da parte di un popolo incapace che tutt’oggi dà la colpa ai russi per propria inettitudine per un loro stesso crimine, come tutt’oggi una nazione divorata dal banditismo mafioso dà colpa ad un Putin della propria incapacità di liberarsi della corruzione.

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    • Dario Bortoluzzi

      “There is enough evidence – if not overwhelming evidence – to indicate that Stalin and his lieutenants knew that the widespread famine in the USSR in 1932-33 hit Ukraine particularly hard, and that they were ready to see millions of Ukrainian peasants die as a result. They made no efforts to provide relief; they prevented the peasants from seeking food themselves in the cities or elsewhere in the USSR; and they refused to relax restrictions on grain deliveries until it was too late. Stalin’s hostility to the Ukrainians and their attempts to maintain their form of “home rule” as well as his anger that Ukrainian peasants resisted collectivization fueled the killer famine”, scrive Norman Naimark. D’altronde non risulta che il regime sovietico fosse a tanto rispettoso delle autonomie che le “autorità locali” fossero in grado di autodeterminare la propria politica economica.

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