Il prezzo del nostro sangue

Il Prezzo del Nostro Sangue

Il sentito e umanissimo cordoglio per la strage di Parigi riempie ancora, come è giusto che sia, i nostri cuori. Eppure dobbiamo comprendere che lo spettacolo abominevole della brutale soppressione di vite umane da parte dei terroristi dell’ISIS, lo scempio della capitale politica e culturale dell’Europa continentale ridotta ad uno squallido macello di guerra non sono solo una tragica calamità occorsa per sciagura sulle nostre teste; sono soprattutto il tributo che noi Europei paghiamo alla nostra disunione, alla nostra pavidità, all’aver fatto del nostro continente, in nome degli egoismi nazionali, una gigantesca camera di compensazione delle tensioni geopolitiche mondiali. Perchè c’è sicuramente un tempo muto da consacrare al lutto e da omaggiare rispettosamente alle vittime, ma c’è anche un tempo da dedicare alle riflessioni. E queste riflessioni non possono che coincidere con la presa d’atto che la guerra che il fondamentalismo islamico ha dichiarato all’Occidente e ai suoi valori ha potuto colpire al cuore l’Europa principalmente perché oggi l’Europa più che un soggetto è un oggetto di volontà politica conteso e strattonato anche con violenza da partiti avversi.

Dunque è il caso di riconoscere che la vera ragione per cui quella banda di beduini invasati che si fa chiamare ISIS non è stata ancora polverizzata è solo e semplicemente che tra americani, europei e russi regna il disaccordo più completo sull’assetto della Siria post-ISIS e in particolare sul futuro di Assad. Nel groviglio geopolitico ben rappresentato da un precedente articolo, alla cui lettura rimandiamo, noi vediamo delinearsi a grandi linee una contrapposizione bipolare tra l’asse saudita-qatariota e l’asse iraniano-siriano, sponsorizzato dai Russi e asserragliato intorno al bunker del Rais di Damasco.

Ora però bisogna sapere che questo Assad non solo è un tagliagole che massacra i propri cittadini senza alcuna pietà e sopprime l’opposizione democratica, riservando solo qualche piccola scaramuccia all’ISIS; ma esso gode dell’appoggio russo sopratutto perchè Putin ha bisogno di controllare la via d’accesso dell’Europa al Medio Oriente, per poteggere da eventuali indesiderati concorrenti il suo sgangherato e decadente impero dei carburanti fossili. Ne consegue che la permanenza al potere di Assad o di qualunque altro uomo-ombra dei Russi non solo non risponde al criterio della giustizia e della pietà verso i nostri fratelli trucidati a Parigi e verso il popolo siriano, ma neppure al nostro sacro egoismo; onde l’idea di subordinare un nostro eventuale intervento militare contro l’ISIS ad un preaccordo con Putin cela solo l’asservimento di parte della nostra politica all’imperialismo post-sovietico, in totale spregio ai valori e agli interessi europei. La missione in Medio Oriente, che a questo punto ci pare inevitabile, non dovrà quindi in alcun modo servire a coprire una restaurazione del regime criminale del Rais, bensì a creare, in accordo con le migliori forze locali, una Siria stabile e non ostile all’Occidente.

Per organizzare una reazione efficace all’attacco a Parigi occorre dunque rispondere a due interrogativi politcamente esistenziali. Siamo pronti a darci finalmente una politica estera e di difesa europea comune o preferiamo continuare ad essere pedine delle strategie altrui? Siamo pronti a decidere da che parte stare, ovvero se rivendicare il controllo della Siria anche a costo di rischiare lo scontro politico con Putin oppure se preferiamo tradire gli ideali della democrazia e della libertà per non scontentare il Cremlino? Perchè, se parleremo con un’unica voce, i nostri partner sapranno bene che essi stanno ascoltando le ragioni della maggiore economia mondiale e della madre stessa della civiltà. E non ci sarà nessuno, ma proprio nessuno, tanto meno un pretenzioso cosacco al verde, disposto a sottrarci la giustizia che ci spetta.

Noi crediamo nell’Europa, ma abbiamo già visto inumare in Ucraina migliaia di feretri avvolti dalla bandiera blustellata per aver voluto evitare un inasprimento della tensione con la Russia; abbiamo già visto un ciarlatano del livello di Tsipras prendersi gioco delle istituzioni e delle regole comunitarie per aver lasciato che altri determinassero l’ordine di casa nostra; non vorremmo ora, perfino dopo l’immonda carneficina di Parigi, assistere ad una nuova resa e sottomissione alle pressioni e alle prepotenze esterne. Perché, se così sarà, allora veramente è giusto che l’Europa soccomba, come realtà politica e come idea. Se davvero questo zero politico è il prezzo che noi diamo al nostro stesso sangue.

 

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

5 Risposte

  1. Franco Puglia

    Caro Dario, la matassa è molto aggrovigliata. Ciò che andava fatto si doveva fare tanto tempo fa. Adesso il terreno di gioco è devastato e lo scenario internazionale è tutt’altro che favorevole ad una soluzione, ammesso che ne possa esistere una.
    Lo scontro geopolitico USA – Russia non è mai terminato e perdura e si misura ancora una volta sul terreno arabo.
    Lo scontro interno al mondo arabo è esploso in tutta la sua virluenza con il conflitto tra Sciti e Sunniti. Abbiamo avuto Parigi, ma non dimentichiamo Beirut, che ha fatto un gran numero di morti tra gli sciti Hezbollah, se ho ben capito.
    Gli interessi europei ed americani ci hanno fatto interferire in questo conflitto che ormai è fuori controllo. Ne siamo coinvolti a tutti i livelli.
    Il terreno di guerra del nuovo Islam è l’intero scacchiere mediterraneo, dal nord Africa all’Europa. Ci sono molte cose che si possono e si debbono fare, ma nessuna risolutiva.

    Rispondi
    • Dario Bortoluzzi

      Certo, Franco, nessuna risolutiva, almeno sul breve termine. Ma almeno dobbiamo guardarci dal commettere errori fatali, quali credere che la soluzione sia la restaurazione della dittatura di Assad o peggio ancora andare in guerra in ordine sparso.

      Rispondi
  2. Bruna Bogliolo

    Caro Dario, concordo pienamente con la tua analisi; fin che non giungeremo agli Stati Uniti d’Europa con una politica estera comune, non avremo né la forza né la credibilità per opporci all’ISIS e a chi sta dietro.

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata