Nascere in un campo di concentramento nordcoreano

Shin Dong-hyuk addresses Human Rights CouncilEro più fedele alle guardie che alla mia famiglia; eravamo le spie gli uni degli altri. So che se racconterò la verità la gente mi guarderà con disprezzo. Chi non c’è mai stato non può capire le dinamiche che si sviluppano dentro un campo di prigionia. La violenza non arriva soltanto dai soldati: sono i prigionieri stessi a non conoscere nessun tipo di pietà reciproca. Non c’è alcun senso di comunità. E io sono uno di quei meschini prigionieri“. Queste le parole di Shin Dong-Hyuk nel libro Fuga dal campo 14 di Blaine Harden. Shing Dong-Hyuk è il primo nordcoreano ad aver raggiunto il Sud dopo essere riuscito ad evadere da un campo di concentramento. Nato all’interno del campo di prigionia nel 1982, Shin, colpevole di essere figlio di genitori considerati nemici del regime della dinastia dei Kim, è riuscito a fuggire dal suo luogo di nascita, ad attraversare il confine con la Cina e ad approdare infine in Corea del Sud, dove tuttora vive. La sua storia ha dell’incredibile e ha contribuito notevolmente a smuovere le coscienze occidentali sulla questione dei diritti umani nel suo paese. Attivisti ed esperti del settore considerano le vicende di Shin verosimili e, anche se la sua versione dei fatti, su alcuni episodi meno rilevanti, varia spesso a causa dei conflitti interiori e dei timori di non essere compreso dalla società, gli eventi principali non sono mai in contraddizione con le storie di ex detenuti e altre informazioni possedute da operatori umanitari.

Il processo di disumanizzazione dei detenuti nati all’interno del campo di concentramento comincia molto presto: vengono da subito create le condizioni affinché il rapporto coi genitori si sviluppi in maniera innaturale. Le persone a cui è concesso di sposarsi vengono selezionate tra chi  lavora sodo o si dimostra particolarmente fedele alle autorità del campo. Nonostante la decisione su chi sposare spetti alle guardie, il matrimonio è comunque ambito, in quanto qualsiasi contatto di tipo sessuale tra detenuti non sposati è proibito. In particolare, a beneficiarne maggiormente sono le donne, che da sposate possono prestarsi sessualmente alle guardie – in genere in cambio di maggiori razioni di cibo – senza essere fucilate nel caso in cui rimangano incinte, come invece accade alle donne nubili. Shin nacque in seguito ad un matrimonio di questo tipo e trascorse l’infanzia nella stessa casa in cui viveva la madre che, agli occhi del figlio, altro non era che una competitrice per il poco cibo di cui disponevano, e che non esitava a malmenarlo ogni qualvolta egli avesse approfittato del suo turno di lavoro per mangiarsi tutte le provviste. Il padre, che era autorizzato a visitare moglie e figlio solo cinque volte all’anno, lo ignorava ed era un mezzo sconosciuto per Shin. Ancora più raro era incontrare il fratello maggiore che viveva e lavorava in un’altra area del campo. Il disprezzo per i familiari portò il tredicenne Shin a denunciare il tentativo di fuga di madre e fratello e a non provare alcun rancore quando venne costretto a seguire da vicino l’impiccagione di lei e la fucilazione di lui, punizioni che all’epoca riteneva meritate.

I bambini nati del campo hanno diritto a un’istruzione – se così si può definirla. La scuola primaria e secondaria, infatti, deve servire a prepararli per i lavori forzati. Si insegna a leggere, anche se non è possibile fare pratica poiché l’unico libro disponibile è quello dell’insegnante; a scrivere, esercitandosi spiegando i motivi per i quali non si è stati in grado di lavorare sodo o di seguire le regole; a stare sull’attenti, e più in generale a mostrare rispetto all’insegnante, persona considerata superiore perché, a differenza loro, non deve mondarsi dei peccati commessi dai genitori. L’istruzione dei bambini frutto di matrimoni premio, ai quali non è concesso incontrare altri bambini nati fuori dal campo, è particolarmente diversa rispetto a quella del resto dei coreani, in quanto non viene loro nemmeno raccontato della gloriosa storia della Corea del Nord e della dinastia dei Kim. Queste persone hanno diritto a imparare solamente a svolgere i loro compiti all’interno del campo e a non infrangere le regole.

Le differenze tra scuola primaria e secondaria non sono tantissime: conclusa la scuola primaria, finiscono anche quei minimi insegnamenti di grammatica. Le missioni di lavoro, i cosiddetti “sforzi collettivi”, occupano la maggior parte delle ore di scuola e diventano più dure e più lunghe durante il secondo ciclo di “studi”; nella scuola primaria i compiti da svolgere sono piuttosto semplici, anche se pur sempre estenuanti, mentre, nella scuola secondaria vengono poste le basi per i lavori che gli alunni dovranno svolgere in futuro. Una volta conclusa la scuola, è il maestro – o meglio caposquadra – a decidere il mestiere di ognuno dei suoi allievi. Questa decisione è fondamentale, in quanto decreta l’aspettativa di vita degli ormai ex studenti, che sperano di evitare lavori come ad esempio quello del minatore, in cui il rischio di morte prematura dovuta a malattie o incidenti sul lavoro è particolarmente elevato.

Shin cominciò a maturare la voglia di evadere in seguito agli incontri con un paio di prigionieri che gli raccontarono della vita fuori dal campo e fuori dalla Corea del Nord. Il primo incontro avvenne in una prigione sotterranea, nella quale Shin venne rinchiuso in seguito alla tentata fuga della madre e del fratello; all’uomo saggio e dal linguaggio forbito era straordinariamente concesso di dialogare col suo compagno di cella, siccome le guardie si aspettavano che Shin rivelasse loro possibili informazioni rilevanti. Il secondo incontro avvenne sul posto di lavoro, con un detenuto di Pyongyang che aveva avuto la fortuna di viaggiare e di studiare all’estero, seguendo il percorso scolastico delle élite nordcoreane. A Shin era stato chiesto di sorvegliare anche quel detenuto, ma decise che quella volta non avrebbe fatto la spia e cominciò a progettare la fuga assieme a lui.

Ciò che Shin trovava particolarmente interessante nei racconti dei due detenuti era il discorso sul cibo. Forse la vera molla che lo spinse a progettare la fuga era il desiderio di carne grigliata che i due erano riusciti a trasmettergli. Questo è probabilmente il massimo che può desiderare un individuo nato e cresciuto in prigionia, che non conosce nemmeno il significato di libertà e che considera un lusso il potersi cibare di ratti, rane, serpenti e insetti trovati nei campi concimati con rifiuti organici umani.

La fuga di Shin cominciò subito male a causa della morte del suo compagno durante il tentativo di superare i confini del campo, protetti da fili elettrici. Si ritrovò dunque spaesato di fronte ai più banali problemi della quotidianità. L’inverno rigido e le ferite che si era procurato nel tentativo di fuga furono un’ulteriore difficoltà che il povero nordcoreano fu costretto ad affrontare. Nonostante tutto riuscì ad adattarsi e a sopravvivere nello stesso modo in cui sopravviveva all’interno del campo: rubando. Dopo un po’ di tempo poté finalmente raggiungere il confine, che oltrepassò senza troppi problemi; in quegli anni, infatti, la Corea del Nord stava vivendo un lungo periodo di carestia e i sottopagati controllori della frontiera con la Cina erano particolarmente bisognosi di cibo e facilmente corruttibili.

Dopo varie avventure, Shin raggiunse la Corea del Sud, dove venne accolto da chi si occupa di rifugiati nordcoreani. Quando molti capirono che la sua storia era del tutto eccezionale e diversa rispetto a quella degli altri ex detenuti, pur non destando particolari dubbi sulla sua autenticità, cominciò a divulgare la sua verità sui campi di concentramento tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti, diventando anche un attivista di LiNK, un’organizzazione che si occupa della questione dei diritti umani in Corea del Nord.

Ritengo la consapevolezza su questo tema importante perché – cito testualmente il libro – “quei posti esistono ancora, e al loro interno continuano a crescere bambini schiavi educati al tradimento“.

Filippo Massari

Studente di Economia presso l'Università di Jönköping, nel sud della Svezia, e collaboratore, in qualità di traduttore, di Mises Italia. Da settembre 2015, blogger presso Austrian Economics Center. Appassionato di libri e musica di vario genere, cinema d'autore, sport e altro ancora.

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